The perfect marriage

 
Lo so, dovrei raccontarvi di Londra. Della mia nuova casa a Edgware Road, con tante finestrine rumorose e pareti triangolari. Degli arabi che fumano il narghilè e vendono Nastro Azzurro (there is more taste to be italian, Laura docet). Del cielo incredibilmente sereno e luminoso, del freddo tremendo che già si sente e dei bambini in divisa scolastica che vedo tutte le mattine uscire da palazzine very posh.
 
Un’altra volta. Oggi devo parlarvi del mio matrimonio. Ebbene sì, ho scoperto di avere un marito. Citando Oscar Wilde, un marito ideale.
Il nostro è un matrimonio perfetto, che ve lo dico a fare… Io cucino, lui lava i piatti. Io mi inciprio il naso, lui naviga sul sito della BBC. Non trova la sua giacca, ovviamente io so dove l’ha lasciata. Dorme tutto il giorno mentre io lavoro, la notte mi tradisce regolarmente con amici di dubbia moralità. Rientra tardi e io lo accolgo con un sorriso assonnato. Dividiamo lo stesso letto senza fare sesso, chiaramente. Quando sta male io lo curo, quando sto male lui mi telefona (da casa degli amici di dubbia moralità). Mi bacia ogni volta che va e che viene. Io faccio lo stesso e lui mi ringrazia. Sua madre sta già pensando ai nomi dei nipotini. Cantiamo tenendoci per mano nella notte londinese. Impedisce che le macchine mi uccidano e mi apre i sacchetti trasparenti del supermercato. Ovviamente si incolla anche il peso dei suddetti, quando torniamo a casa. Qualsiasi cosa gli propini è una prelibatezza, però la modifica con strane salse quando io mi giro. Mi accusa di rubargli le coperte nel sonno, io mi sveglio ogni ora per controllare se sia vero. Mi chiama amore mio e un attimo dopo è sparito a comprare le sigarette.
 
Ritengo che sia un matrimonio riuscitissimo. La cosa triste è che domani se ne va e a me, tanto per cambiare, si spezzerà il cuore. Mi consola però la certezza di essere nel suo, come moglie, ma soprattutto come amica. Ed è la cosa più bella, una pura amicizia in una città come Londra. Si sa, gli amici restano. Ovunque siano, saranno sempre lì, in una cucina scalcagnata davanti a un bicchiere di vino e al fumo di un narghilè.
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