Quel bus chiamato desiderio

 
 
La domenica a Roma: mi alzo a ora di pranzo, rincoglionita mi trascino a tavola dove uso le mie uniche energie per spalancare le fauci e divorare tutte le leccornie preparate da mia madre. Indi mi stravacco sul divano, provata. Poi mi deprimo, in alternativa vedo qualcuno dei miei amati bambini.
 
La domenica a Londra: mi alzo prima delle 11, frenetica mi sfondo di scones (non avrete scordato le mitiche focaccine al burro?) e mi fiondo in piscina, attraversando un quartiere meraviglioso (Bayswater) pieno di villette a schiera bianche e giardini. La settimana scorsa mi è passata davanti una volpe. Torno a casa, mi preparo la pasta pensando a Roma e struggendomi di nostalgia, cosa che non mi impedisce però di spalancare le fauci ugualmente con gran goduria. Poi non mi deprimo, esco e finisce che sto fuori fino a notte, perchè il weekend va goduto che sono giovine lavoratrice, non sia mai.
Oggi ero a Camden Town. E’ nato tutto da un afflato mistico-culturale di andare alle 6 alla Temple Church (orario in cui dicono la messa e quindi è aperta): volevo proprio vedere l’interno di questo luogo storico, leggendario, misterioso ma ovviamente il profano ancora una volta ha vinto in me nella forma di un desiderio irrefrenabile di un maglione di Custo Barcelona e di un the alla menta (secondo me lì lo fanno ottimo). Non è che sia proprio frivola, è che sono sconquassata dalla nostalgia per Roma e questa alternativa era troppo allettante (bella scusa eh?). Ad ogni modo è andata benissimo e ho gratificato tutti i miei lati peggiori, dallo shopping al sentimentalismo: ho visto la mia vecchia casa dall’autobus e ho potuto indulgere nel ricordo dei bei momenti trascorsi con il dolce Artur, Camden Town era coloratissima e con una luce pazzesca (peccato per la folla di italiani, che banali), il maglione è troppo fico, ha una stampa con una donnina che sembra me, il the era ottimo e dopo sono tornata dal Regent’s Canal, una delle passeggiate più romantiche di Londra. Da lì sono entrata nel caro Regent’s Park, che per l’autunno indossa dei colori stupendi da togliere il fiato. Between one thing and an other one, s’è fatta na certa e sono ridiventata un animale sociale. Insieme ai debosciati che frequento qui abbiamo deciso di andare al bar "Italia Uno" (sì, si chiamava proprio come la frase più ricorrente nel porno amatoriale) per vedere la maggica, ovvero il maschio della cricca per vedere la maggica, io e l’altra fimmena per vedere i maschi. Un posto fantastico: un baretto con i Kinder Bueno e due seggiole davanti a uno schermo, fuori una folla impressionante che imprecava (non è stata proprio una gran partita, ammettiamolo). Il maschio è voluto scappare, per l’impossibilità di vedere lo schermo e il freddo, diceva lui, per l’andazzo del match, diceva la realtà. Il mio pensiero, condiviso dall’altra fimmena, è stato "qui si torna per un match più innocuo, che ai maschi ci piacciono ancora le femmine, dopo la partita, specie se la Roma ha vinto".
 
Ma lo scopo di questo post, qual’è? Raccontarvi la mia domenica? No, in realtà vi ho detto tutto ciò come preambolo, mirando a un altro episodio della serie "inglesi, troppa birra fa male". Uso il tempo presente, anche se non è corretto con il resto della narrazione, perchè qui tocca sottolineare con la giusta verve quest’ennesima perla del britannico ingegno. Dunque, sono alla fermata dell’autobus in Russel Square, davanti a me il mio bus, il n.7. La prima stranezza, a cui però sono già preparata, è che ci sono due capilinea: uno per l’autobus che arriva, un altro per quello che parte. Distanza fra i suddetti: mezzo metro. L’anglosassone perversione prescrive, oltretutto, che tu NON POSSA ASSOLUTAMENTE salire sul bus prima che questo raggiunga il secondo capolinea. Se stai morendo di freddo, piove, è tardi, la legge dice che devi morire lì, fullstop. Agli incauti che osano avvicinarsi all’autista con aria fiduciosa appena questi arriva col suo rombante automezzo, una pernacchia in risposta. Io lo so perchè ci sono cascata subito, la prima volta. Comunque oggi da donna navigata ostento indifferenza e sosto stirando de freddo e de sonno alla fermata, in attesa che l’omino si degni di raccattarmi. Costui, alla luce di quanto sto per dirvi, è chiaramente un pazzo. Spegne le luci dell’autobus e scende. Si fuma almeno 3 sigarette. Rientra, non accende ancora nulla, ma io nel buio con occhio di lince lo vedo afferrare due maniglioni nel corridoio e fare una serie di FLESSIONI. Dopo di che, cammina avanti e indietro per l’autobus, poi si siede nei posti in fondo e si dedica all’autoerotismo, non so perche’ non riesco a scorgerlo. Alle 11 in punto torna alla guida, accende le luci e avanza al punto di raccolta sfigati (passeggeri). Io, nonostante questo, salgo, perchè sono una sfigata, appunto, che deve tornare a casa.
 
Sono nelle mani di un pazzo, che come quasi tutti gli autisti inglesi pilota come un ubriaco su una pista da sci, ma me ne frego felice perchè il bello di salire al capolinea è correre al piano di sopra, sedersi sul primo sedile e mettere i piedi sopra il cruscotto. Non c’è luogo migliore da cui osservare la notte londinese, specialmente se hai della musica russa, ricordi e speranze a farti compagnia.
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