Love actually (davvero)

Ho capito perchè le commedie romantiche inglesi hanno tanto successo. Non solo per la presenza di Hugh Grant e dell’uomo perfetto Colin Firth (sempre sia lodato), ma soprattutto perchè sono basate sulla realtà. L’ennesima prova che gli inglesi sono dei pazzi liquidi è che agiscono esattamente come se fossero dei personaggi di Bridget Jones o, appunto, di Love Actually. L’unica differenza è che non sono tutti come quei due bonazzi citati qualche riga fa, ma cosa possiamo farci, così è la vita e la vita non è un film.

Vi dico questo perché, in occasione del santo Valentino, ho osservato uno splendido spaccato di umanità metropolitana, nell’omonimo mezzo di trasporto: chi stringeva una rosa o una scatola di cioccolatini a forma di cuore, che con faccia fra lo spocchioso e il rincoglionito guardava chi stringeva solo il giornaletto gratuito della sera ostentando un’orgogliosa nonchalanche mentre si nascondeva alla meglio fra le sue pagine. Non ho mai visto una distinzione dello stato civile più chiara, manco fossimo stati tutti pitturati di rosso e di verde. Io poi ho chiaramente barato, indossando il mio magnifico cappottino rosso, ma non è colpa mia se il rosso mi dona.

Ad ogni modo, qui la giornata è presa proprio sul serio. A parte l’interrogatorio a cui sono stata inopportunamente sottoposta in ufficio, ora che mi sono travagliatamente liberata di Babe, io e la mia capa abbiamo visto che il giorno del santo la nostra pubblicità è andata malissimo, essendo per un sito di offerte di lavoro. Non se l’è filato nessuno. Della serie: chi non lavora non fa all’ammore, dunque per un giorno soltanto facciamo all’ammore e non pensiamo a lavorar. Matti col botto.

Ho provato una subitanea nostalgia per la canzoncina con cui siamo cresciuti in Italia, che sfido chiunque a non avere sul diario delle elementari:

San Valentino

La festa di ogni cretino

Che pensa di essere amato

E invece rimane fregato

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