La cosa è reciproca?

So che volete essere aggiornati sull’appuntamento al buio. Ne ho la certezza perché, per una volta che ero cheta e silente, ho ricevuto un sacco di telefonate (persino dall’Italia!) da persone che, dopo finti convenevoli, gettavano la maschera e incalzavano: “Sputa il rospo!”. Sapete bene che non sono pettegola e che non amo condividere col mondo le mie faccende, ma per questa volta farò un’eccezione e vi accontenterò 😉

Il giorno stabilito, il tipo si è presentato puntuale mentre io, causa importantissimi impegni di lavoro (dovevo ritoccarmi il kajal), avevo un elegante ritardo di cinque minuti. Mentre mi recavo al luogo dell’appuntamento, ho realizzato con orrore specchiandomi in una vetrina che, non volendo, mi ero vestita da gran porca: micro impermeabilino Burberry (originale, ma pagato la metà allo spaccio di Hackney – how cool) con sotto micro vestitino bianco e nero, strizzato in alto in vita da una cinturina stile impero color tortora, calze nere con stelline trasparenti e scarpette di TopShop di vernice nera con profili bianchi. E, quando avete finito di sghignazzare (specialmente Piergiorgio), è vero che non mi ero conciata così di proposito: cercavo un look professionale ma carino e che si abbinasse alla tremenda pioggia che ci ha allietati per tutta la settimana. Non è colpa mia se quando mi preparo al mattino è buio, o vado di fretta. Oppure se qualsiasi cosa addosso a me diventa subito sexy. Chiarite dunque le mie oneste intenzioni, torniamo all’amico che aspettava paziente e che, appena mi ha vista, ha fatto tanto d’occhi e ha ignorato la manina che gli tendevo, per chinarsi lesto a sbaciucchiarmi. Gli inglesi comunque sono tenerissimi: si vede lontano un miglio che il loro saluto convenzionale è la stretta di mano, ma tutti questi stranieri di cui si circondano, i film francesi e la voglia di scopacchiare (che pure loro hanno, eccome) li hanno confusi e, specialmente con i non inglesi, ci tengono a mostrarsi calorosi per far vedere la loro mondanità. Ad ogni modo, oltre a non desiderare assolutamente di sedurre il giovanotto, ci tenevo anche a non sparare subito le mie battute sarcastiche sugli inglesi. Lui però ha proposto immediatamente di sbevazzare superalcolici e dalla mia bocca è volato un: “Ma ci si abbina uno stuzzichino eh, che io mica ho la resistenza all’alcool che avete voi britannici e domani lavoro!” Ho migliorato poi la situazione commentando che sono molto pratica di contabilità, ramo in cui lavora lui, perché nella mia agenzia è il dipartimento più evitato dai miei colleghi, che simpaticamente hanno appioppato alla sottoscritta il compito di smazzarsi le fatture e di gestirvi le pr. Per fortuna ha pensato che lavoro con dei pigroni e non si è offeso. Ci siamo accomodati in questo localino di sua scelta, debbo dire piuttosto gradevole: ambiente rilassato, cibo e bevande buoni anche se un po’ prezzolati. Ha pure acconsentito ad ordinare le leccornie di mio gusto, cosa che gli ha fatto acquistare punti nella mia scala della simpatia. Altro che Provolon, con le sue oltraggiose proposte di dividere l’antipasto o i tentativi di imporre le sue scelte a tavola! Con una come me, dico io. La conversazione si è svolta intorno a temi piuttosto neutrali quali viaggi, lavoro (senza parlare più di numeri, però), famiglie, cucina e prova costume. Il nostro si è sentito in dovere di precisare che la dieta è qualcosa di cui non ho affatto bisogno. Inoltre ha aggiunto che ho un’eleganza innata. Non che io abbia pilotato il complimento, era tutto molto spontaneo. Così spontaneo che, dopo mezz’ora, ho iniziato a sentirmi strana per non poter parlare di stronzate, o fare battutine spinte come al mio solito, e ho desiderato di essere a casa per guardare Kiss me Licia in streaming. Forse fa parte della natura dell’appuntamento combinato un certo imbarazzo, e magari si chiacchiera come ad un colloquio di lavoro e io non ci sono abituata. Anche perché, quando il capo D. mi ha assunta, io mi stavo strozzando con una tortina mentre rispondevo alle sue domande e deve averlo colpito la mia informalità. Ma non divaghiamo: esauriti i miei cavalli di battaglia sull’italianità (cibo, vestiti e sole), i suoi sulle campagne inglesi da cui proviene, si è fatta una certa e si è concluso l’incontro. Il tipo ha pagato il conto, ma poi ha ceduto alle mie insistenze per dividere a metà, facendomi dunque dedurre che non ci prova. Lieta me ne son tornata a casa e a Kiss me Licia, quand’ecco che ricevo “il messaggio”. Ora, non offrire le consumazioni nel mio cervello bacato vuol dire fare l’amico, ma l’essemmesse post – uscita significa che la vuoi. Molto confusa, rispondo ai suoi convenevoli con la parola che ho imparato di recente e che sto sciorinando anche in ufficio a tutto spiano: “Likewise”. Un verdoniano “la cosa è reciproca”, insomma. Al che, il giorno dopo, mi becco la richiesta di amicizia su faccialibro. Che accetto, e di nuovo replico alla mail in cui diceva che vuole conoscermi meglio e possibilmente anche presentarmi i suoi amici con un: “Likewise”. Del resto, se vuole introdurmi ai suoi amici magari è solo socievole, alla faccia delle malizie. Quel galantuomo di A.A., che da buon gaio va diretto al punto, ha detto che questa teoria dell’amicizia è una stronzata e che dovrei provare a scopacchiare col tipo, anche se non mi piace. Per suffragare meglio il concetto, ha spiegato che a volte è solo una questione di abitudine con quelli che a prima vista non ci colpiscono e che potrei imparare a farci l’occhio come ad una “maglietta verde fluo”. Dato che un solo parere fru fru non mi bastava, ieri mi sono consultata anche con A.M. e, manco aveva iniziato ad ipotizzare che questo mi vuole e che la colpa è del mio impermeabile, ecco arrivare i messaggini brilli: a quanto pare il nostro era in un localino canterino con annessa trattoria italica e la strana combinazione l’aveva fatto pensare a me. Subito A.M. ha proposto di rispondere con delle grandi porcate, giusto per ridere, ma io sono una fanciulla come si deve e mi sono mantenuta molto sul vago. Invece di dire: “Likewise, sono un’italiana in compagnia di un culetto che sghignazzando tenta di farmi scrivere delle frasi da puttanone, quali ‘affacciati nella zona ristorante e ordina un molto bello culo’ ”, ho replicato con qualcosa di vago sull’essere a cena con un vecchio amico e gli ho suggerito di cantare una canzone italiana per trovare un punto di incontro nel luogo dove si trovava. Non ho capito perché, ma mi ha trovata proprio una sagoma e ha continuato a smessaggiarmi per tutta la sera. Io propendo ancora per la storia della socievolezza e dell’interesse puramente platonico, essendo costui un giovine molto tranquillo ed educato, ma staremo a vedere. Nel dubbio, la prossima volta forse è meglio evitare il trench Burberry o il giubbotto di pelle nera…

A proposito del chiodo, vi chiederete che fine abbia fatto Provolon: ebbene, temo di averlo offeso. Dopo che ha fatto il viscidone con me pure di fronte ad una neonata (l’adorabile cagonetta, figlia di Putney che se la rideva di gusto e lo prendeva apertamente per il culo), ho deciso che è il caso di prendersi le ferie perché d’accordo essere ammirati, ma questo è ingovernabile. Così, per il suo bene, ho cercato di mantenere un professionale distacco che è culminato nel far finta di non vederlo quando ho intuito che, seduto su un divano di pelle rossa e indossando un impermeabile beige, stava per sferrare l’attacco: invitarmi a sbevazzare. Prevedo ritorsioni, ma manterrò un’elegante calma e gli spiegherò che non intendo alimentare le sue speranze perché, ahimè, come spesso ho dichiarato io lo vedo solo come un amico. Penso di essere nel giusto, del resto la mia maestra D.P. ha approvato in pieno la mia condotta, dicendo che i segnali di rifiuto li ho mandati e lui è un arrapato che ha scelto di non coglierli. E che i maschi insolenti non osino controbattere, persino Piergiorgio è d’accordo con me, scandalizzato dall’uso scriteriato della panna che Provolon fa in cucina. Prima dell’appartenenza di genere, siamo italiani. Toccateci tutto, ma non la nostra pasta!

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