Un anarchico per capello

Vi ho parlato della palestra, non posso farvi mancare la storia del parrucchiere londinese.
Innanzitutto, figurarsi, qui i salons sono carissimi e io sono andata a caparmi il più dispendioso di tutti. Ma per le preziose chiome non si bada a spese, inoltre offrono il the e fanno il massaggio alla testa. So che ora vi starete aspettando un racconto molto frivolo a base di colpi di spazzola e riviste patinate, ebbene no. Ovvero, il post è una delle solite ciance partorite dai miei estrogeni impazziti ma, ahimè, qui stavolta mi si cerca di asseriare. Non che io non opponga resistenza: diramati i miei voleri (con tono minaccioso), mi isolo in un riposante mutismo e tuffo subito il nasino nel primo giornalazzo di gossip che trovo, alla ricerca delle ultime su Prince Harry, ma qualcuno non è d’accordo. Si tratta proprio di lui: il personal stylist, l’uomo che avrà in affidamento i miei amati capelli per le prossime ore e che dunque detiene il potere. Mi tocca perciò assecondarlo, se voglio evitare di ritrovarmi con un fulvo carré, con delle ciocche rosa o con altri scempi tricologici che non ho cuore di immaginare, e lui ne approfitta per coinvolgermi in interminabili discussioni sull’unico argomento possibile 1) di cui non me ne può fregar di meno; 2) su cui non ho niente da dire: la POLITICA.
Il tipo, anziché seguire il cliché dei parrucchieri gai “tesooorooo via quelle doppie punteeee, sfilacciamo la frangiaaaaa” è ben eterosessuale (nonché provolone) e incazzatissimo col mondo. Credo che faccia questo lavoro per puro caso, dovendosi pur mantenere nelle sue vere passioni: la droga e l’anarchia. Essendo pagato per sorridere e, come ho appena detto, perennemente sotto stupefacenti, appena mi vede mi fa un sacco di feste. Acconsente però ad esaudire i miei semplici desideri su taglio e riflessi solo in cambio della mia opinione su un tema a sua scelta, che verrà trattato per tutta la durata dell’appuntamento, posa del colore compresa. Eccovi alcuni pratici esempi, dove W sarei io e P è lui (banale, ma efficace), una volta sbrigati i convenevoli:
1
W: Allora, mi mischi questo tubetto con quest’altro, mi raccomando niente effetto rosso eh…
P: Sei anticomunista? No dimmelo eh, sei fascia?
W: So comunista così, come no.
P: No ma guarda che io non sono comunista. Anche se al mio paese… (segue pippone di un’ora – ndw: il tipo viene da una repubblica ex URSS) Io però mi definirei anarchico.
W: Dovresti parlare con mio padre.
P: Perché? Pure lui? Grande! Io penso che questo sistema sia malato. Siamo tutti schiavi di falsi bisogni, marionette i cui fili sono tirati da una mano invisibile, robot, insomma: prendi la gente che va a farsi i capelli… (Mentre spennella il colore con foga)
W: Che gente, davvero. (Incrociando le dita che non mi molli con mezza testa spalmata e mezza no)
P: Ma parlami di tuo padre. Qual è il suo piano contro il sistema?
W: Ronfare a oltranza.
 
2
W: Allora, senza tagliare troppo le lunghezze, potresti ritoccarmi la scalatura e poi…
P: Hai sentito delle rivolte? Io vivo ad Hackney, non sai che casino…
W: Azz. Spero niente danni a casa tua. Dicevo, le punte…
P: No no. Ma, sai…queste cose non mi toccano. Sciuocchi! Solo un mucchio di vandali disorganizzati. Io sì che saprei come rivoltare, io sì! (Mentre sfilaccia con le forbici le mie preziose chiome)
W: … (Incapace di emettere suoni perché troppo terrorizzata)
P: Ad esempio, io appiccherei il fuoco da una parte, e poi attaccherei da un’altra organizzando diverse squadre di scagnozzi. Semplice ma efficace: gli sbirri non arriverebbero mai in tempo. E quante altre idee avrei, ma quante!
W: Mi fa piacere che tu non sia un rivoltoso. (Sorridendo nervosamente alla vista dei capelli svolazzare sotto le forbici)
P: Già, sarei senza dubbio il più pericoloso di tutti. E’ per questo che sono un pacifista. Non voglio sprigionare tutta la mia forza distruttiva.
W: (Con le lacrime agli occhi) Te l’ho detto di non toccare le lunghezze? Te l’ho detto?
 
3
W: Allora, vorrei le punte girate all’insù e il resto lisci…
P: Hai mai provato l’olio di fegato di merluzzo?
W: Sui capelli???
P: Ma no, sulle giunture. Ricco di omega 3, un toccasana. Avevo un ginocchio rotto e ora si muove.
W: Bene.
P: Senti, senti. Appoggia la mano mentre io calcio in aria
W: … Sento. (Afferrando la spazzola che il tipo ha improvvisamente lanciato, preso dall’entusiasmo dei calci)
P: Un’altra soluzione agli acciacchi sono le droghe. E i politicanti ce lo tengono ben nascosto.
W: Ecco.
P: Si può dire droghe?
W: Una parola che esiste.
P: Tu quali usi?
W: The verde.
P: Se mi lasci il numero ti consiglio qualcosa di divertente.
W: Facciamo che provo prima le capsule di olio di pesce che ho un ginocchio messo male pure io, va.
P: Se mi permetti palpo.
W: Fa troppo male. Ma appena ho provato le capsule ti faccio sapere, eh.
 
La cosa assurda è che, nonostante non sembri prestare alcuna attenzione al mio crine, il risultato poi è sempre perfetto. Io però lo ringrazio ogni volta specialmente per la chiacchierata, non sia mai che mi prenda per una sciuocca marionetta del sistema col falso bisogno di farsi i capelli.
 
 
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