The Fine Art of Lion Taming

Ecco, stavo preparando uno spiritosissimo post su quanto è simpatico il mio nuovo ragazzo, su quanto è normale, rilassato e su come abbia deciso di travestirmi da Jessica Rabbit per l’imminente party di Natale (una figa che sta con un uomo che la fa ridere), che il tomo in questione si rivela una fregatura.
 
Davvero, accidenti alla mia pigrizia: se fossi stata più lesta, almeno ora non vi sareste persi lo scambio di battute in cui io volevo che menasse al nostro collega porco nonché attentatore alla vita di Colin e lui mi rispondeva che quello farà pure il porco con me ma che, essendo quattro volte la sua taglia, l’avrebbe sfidato solo se l’energumeno fosse stato drogato, bendato e legato in un angolo. E se lui avesse potuto tenere tutte e due le pistole o le spade.
 
Gli inglesi sono dei perversi.
 
Comunque, dato che non sia mai che il mondo non sappia i fatti miei, vi aggiorno sulle ultime. Del resto ho (anche) un lavoro, una vita, una casa a cui badare e, non riuscendo a raggiungervi tutti telefonicamente o davanti a una tazza di the, si fa prima qui. Però potete chiamarmi per commentare e darmi tutto il vostro supporto, dopo che avete letto. Non mi offendo 😉
Insomma il pischello era tale di nome e di fatto. Così come il suo predecessore mr. Acidello, anche lui a quanto pare mi ha notata da subito e, una volta avuta l’occasione di parlarmi meglio (bambina mia), ha iniziato a provolonare. La differenza e’ che almeno acidello ha avuto la faccia di fermarsi prima che succedesse qualcosa, e di venire a dirmelo. Guarda, mi diventa quasi simpatico ora. Gli sto persino dando consigli di cuore e lui mi tratta come fossi la sua migliore amica. Rimanendo sempre uno sfigato, ma tant’e’, questo passa il convento.
 
E a me fa sempre cagare eh, non pensate male. Quella storia e’ riuscita alla grande: ho fatto divertire i miei ormoni e la sua vanità per un paio di mesi, e poi ho rimosso il tutto con efficienza. Fosse sempre così facile inciuciare…
 
Torniamo a pischello. Come un lupo travestito da agnello mi si e’ avvicinato (per guardarti meglio, bambina mia) e io, che mi ostino ad indossare un cappuccio rosso, ci sono caduta in pieno. Lì per lì me la sentivo calla, come diciamo a Roma, e lo lasciavo provolonare a buffo. Il problema e’ che, provola oggi, provola domani, mi è iniziato a piacere davvero e sono partita anche io con le marpionate. Ma, attenzione: stavolta, stranamente, non sono andata di fretta come al solito e, seppur volendolo mio dall’istante in cui ho realizzato che mi piaceva, ho comunque dato tempo al tempo per verificare se ci fosse veramente qualcosa.
 
Tradotto: gli ho subito fatto l’oroscopo.
 
E ho spulciato ben bene il suo profilo faccialibro, dove lo sciattone ha disseminato una caterva di foto delle sue tre ex. Che sono, perdonatemi la frivolezza, dei bei balenotteri. Ti credo che mi ha sempre detto che non ho bisogno di magrire, pfui. Comunque, questa cosa gli faceva onore perche’ ho pensato che fosse uno contrario alle anoressiche ma pro pappa. Teoria confermata dal fatto che molte delle nostre provolonate sono avvenute nella mitica canteen dell’ufficio, dove entrambi passiamo parecchio tempo.
 
Ah beh perché chiaramente pure questo è uno con cui lavoro, me li pesco bene. Ma sembrava normale, vostro onore, lo giuro!
 
Riprendendo le fila del racconto, l’eroina romantica (io) si è limitata stavolta solo ad aspettare che l’eroe ci provasse. Ok, nel frattempo oltre all’oroscopo e a faccialibro ho immaginato le facce di tutti i nostri figli ma questo fa parte del pacchetto estrogeni che mi hanno dato alla nascita. Niente di preoccupante. Lo sapete del resto che non sono una ossessionata con il mettere su famiglia. E che troverò il modo di far partorire un uomo al posto mio, quando sarà. Ma non divaghiamo. Pischello mi ha corteggiata discretamente e con una certa progressione nel tempo. Abbiamo iniziato con fulminanti scambi di battute in sala da pranzo, poi al pub, poi via essemmesse, poi in metro, poi a letto. No, quello era dopo. Ok, in metro. E sotto la pioggia, riparati dal suo grande ombrello, che scatenava allusioni spinte alle “doti” del giovanotto. Non da parte mia, scostumati (come se io pensassi a queste cose, tsè tsè), ma incredibilmente da parte degli inglesi!
 
E poi dicono che noi italiani siamo pervertiti.
 
Comunque, dopo i motti di spirito il nostro è passato a provolonamenti più seri, arrivando infine a mettermi la fottuta lingua in bocca (se non avete visto Bridget Jones e non avete riso alla citazione, problemi vostri). Al che io ho sfoderato l’arma migliore del mio repertorio di seduttrice londinese, ovvero l’ho portato sulla Southbank. Dicendogli, così come ai suoi predecessori, che lui è stato il primo con cui ho passeggiato romanticamente lì e che ho baciato sotto alle lucine blu.
 
Ovviamente ci ha creduto. Così come i suoi predecessori.
 
E così ha stronzeggiato, come i suoi predecessori. Mi domando: ma sta Southbank tirasse un po’ sfiga? Fa nulla, è talmente bella che non posso smettere di trascinarvi tutti i miei uomini e di mentire fingendo che ogni volta sia la prima.
 
Del resto, l’importante è variare uomo per avere sempre delle prime volte.
 
Tornando alla Southbank, ci abbiamo trascorso tutta la notte. Essendo Londra, ovviamente si gelava e lui, galante, mi ha prestato la sua giaccazza di pelle da aviatore che contrastava meravigliosamente sul mio cappottino bianco con fiocco davanti e bottoni a cuore neri. Quando l’ho visto diventare blu ho capito che forse era il caso di sacrificare l’eleganza in nome del tenersi un uomo vivo e gliel’ho ridata. Tanto mi abbracciava, per cui stavo al caldo lo stesso.
 
Qui arriverebbe il momento del letto, ma ve lo risparmio perché questo è un blog raffinato e discreto.
 
Vi dico solo che entrambi abbiamo pronunciato la parola “perfetto”.
E anche “sì”.
E “felice”.
 
Prima di addormentarci l’uno fra le braccia dell’altra.
 
Se pensate che ciò sia sdolcinato, non avete sentito ancora niente. Nei giorni seguenti siamo stati inseparabili, ci siamo ricoperti di romantiche attenzioni a vicenda, abbiamo magnato (embè), sbevazzato, passeggiato, scherzato e visto Londra dall’alto della London Eye.
 
Idea mia, quest’ultima. Ovviamente  anche qui l’ho spacciata per una prima volta.
 
C’è sempre una prima volta.
 
E comunque ho controbilanciato le mie piccole white lies con una verità pesante come un macigno, che mi autorizzerebbe a mentire per tutta la vita d’ora in poi: gli ho detto quanti anni ho.
 
Cacciando la testa sotto il cuscino appena l’ho fatto. Ma lui mi ha abbracciata subito e ha detto che non gliene fregava niente, che non cambiava niente, che sono talmente figa che potrei avere pure 50 anni e dimostrarne comunque 20, tanto a lui sarei piaciuta lo stesso.
 
Ok, anche il giovinotto sa mentire bene. Siamo fatti l’uno per l’altra.
 
Andavamo così d’accordo, che il nostro mi ha presentata subito agli amici, mi ha chiesto se volessi conoscere i genitori (che tra l’altro sono due personaggi niente male, altro che i miei ex suoceri “vuoi una o ben due palline di gelato”) e siamo stati anche a Parigi.
 
Parbleu!
 
Dopo di che, pouf, la morte. E’ cambiato da così a pomì, da ammore a calesse e ha fatto finta che non esistessi più. Ho capito subito che era mutato il vento e non l’ho assolutamente cercato a mia volta, ma mi sono limitata ad osservare (con dolore), comparendo di tanto in tanto con una carineria. Che cadeva sempre nel vuoto. O meglio, nel caso delle tortine nascostegli nel cappotto, quando lavorava fino a tardi, nel suo stomaco.
 
Ah, e ha rotto il muro del silenzio un giorno giusto per indicarmi dove fosse il suo cappotto, in caso volessi nasconderci qualcosa. Qualcosa tipo tortine.
 
Speziate con la stella di Natale e lo zucchero a velo sopra, grazie.
 
No, dimenticavo, non ha detto grazie.
 
E poi ha ripreso ad ignorarmi bellamente, per culminare la settimana (questo strazio non è durato troppo, per fortuna) in una splendida serata sociale in cui, se per caso finivo nei suoi paraggi, si girava dall’altra parte e spariva più veloce del fulmine.
 
Del resto dovevo capirlo che era un Houdini: adora i prestigiatori.
 
Il colpo di scena, ad ogni modo, l’ho fatto io perché, dopo aver realizzato che il nostro stava dando di matto, invece che stargli appresso e impazzirci a mia volta l’ho mollato.
 
Ok, non mi prendo interamente il merito di questa mossa in quanto è stata mia mother che mi ha presa a calci in culo finché non mi sono decisa.
 
La mamma ha sempre ragione.
Ma io non le do mai retta.
 
Il motivo per cui questa volta l’ho seguita non deriva da semplice autostima, dignità, incazzatura. Avercela poi, l’autostima. No, ho avuto fondamentalmente paura. Mi si è gelato il sangue, altro che Southbank di notte, perché ho riconosciuto quella strafottenza, quel dare la mia generosità per scontata, quell’evitarmi di colpo senza manco degnarsi di spiegare il perché.
Ho visto un’altra persona, in quella di cui mi ero follemente invaghita.
 
Pensavo fosse amore, e invece era Babe.
 
Fuggi a gambe levate, mi sono detta. Non un altro Babe, non in ufficio, non cinque giorni su sette per dodici ore al giorno.
 
E così l’ho piantato, sperando che in amor vinca chi fugge. Lui, che mica per niente è stronzo, come ha visto la fuga ha fatto ponti d’oro ed è stato lì che il cuore non dico che si è spezzato di nuovo ma si è incrinato, ecco.
 
E sì che, una mattina, avevo avuto un incubo. Avevo sognato di stare ancora con Babe, ero angosciatissima all’idea e lui ovviamente mi stava trattando male. Mi ero svegliata nel panico, ma accanto a me c’era pischello invece che aveva aperto gli occhi, mi aveva sorriso e baciata subito e aveva detto che era bellissimo svegliarsi insieme a me. “Fiuu”, avevo pensato e mi ero fiondata in quell’abbraccio rassicurante, contenta di stare con lui e non con Babe. Mi aveva chiesto cosa avessi sognato e io gliel’avevo detto. Per aggiungere un tocco finale al dramma, gli avevo rivelato che lui era il primo che dormiva con me nel mio letto, dopo quello stronzo, perché non mi ero più fidata di nessuno da allora. Ed era vero. Lui chiaramente aveva adorato la cosa e mi aveva detto: “di me ti puoi fidare”.
 
Ah Bennato, ma vaffanculo va’.
 
Il lato positivo è che, a distanza di un anno, ho definitivamente la prova di aver dimenticato e rimosso Babe dal cuore. Ho vinto su di lui in pieno, così come su tutti i Babe del mondo che possano bussare alla mia porta. Nun ve temo.
 
Il lato recidivo è che ancora non ci credo, che pischello sia Babe. Ci vedo del buono e spero ancora che sia valido per me. Non che farò niente, ho già iniziato a gestire le mie pr in ufficio e con lui sono assolutamente formale. Del resto, sa dove sono se mi vuole.
 
Riguardo al costume per la festa aziendale, ne ho comprato uno da Jessica (una figa che sta con un coniglio) ma è veramente trash, mica lo so se lo indosso. Del resto io sono Audrey Hepburn e mi sa che mi vesto proprio da lei: tubino nero, filo di perle, capelli raccolti e sigaretta. Anche pischello mi ripeteva sempre che le assomiglio.
 
E qui non mentiva, lasciatemi vantare.
 
Oppure mi vesto da Wendy di Peter Pan: una camicia da notte, un ditale ed è fatta. Inaspettatamente sexy e divertente per gli inglesi, vedremo.
 
Nel frattempo dico solo: caro Santa Claus, vedi tu che portarmi per Natale. Cosa voglio lo sai, e un po’ di tempo utile per impacchettarlo ancora ce l’hai. Tenchiu.
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Ammore, Londra. Contrassegna il permalink.

Una risposta a The Fine Art of Lion Taming

  1. Pingback: Waity Wendy | Tacchi alti e sampietrini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...