Ghosts of Christmas Past

Non so se vi ho mai detto che odio il Natale. Ecco, ieri sono stati prenotati i voli per dicembre e, come da copione, mi sono depressa immensamente al pensiero di quello che mi aspetta a Roma: gli amici invecchiati (loro), scoglionati, mother nervosa o che mi fa il conto dei morti più recenti (o entrambe le cose), tante domande sulla mia vita sentimentale e, come unica giuoia, Father che mi sbuccia i mandarini.

Ci sono anche le strenne, direte voi. Mother ne salva il 10% perché della maggior parte “non ne abbiamo bisogno” o “fanno cagare” (traduzione mia), per cui ci sono solo i mandarini, credetemi.

A Londra, invece, mi aspettano gli inglesi con i maglioncini con le renne, ubriachi come non mai dal primo giorno del calendario dell’avvento e pure molesti. Se riesco a starmene con le gambe chiuse per più di cinque minuti, magari quest’anno mi presento per la prima volta al party aziendale illibata, senza dovermi preoccupare di fare la vaga con l’ennesimo collega da cui mi son fatta sedurre e abbandonare. Certo, per una che ha come motto preferito “incrociamo le dita, ma non le gambe” sarà una bella sfida, mi sa.

C’è comunque qualcosa che odio di più del Natale, e si tratta del Capodanno. Se a Natale bisogna essere tutti più buoni, a Capodanno bisogna essere tutti più fighi perché la pressione è enorme: quello che farai in una notte sarà l’emblema dei prossimi 365 giorni, plasmerà il tuo destino, si ripercuoterà inesorabile come una profezia toccando specialmente due sfere fondamentali della tua esistenza: i soldi e il sesso.

No comment su come ho trascorso gli ultimi.

E se c’è qualcosa che odio più del Natale, ma meno del Capodanno, è il santo Valentino in Inghilterra: cuoricini ovunque, la mia capa che va alla spa col fidanzato e se ne vanta, una raffica di domande inopportune sulla mia vita sentimentale seguita da occhiate commiserevoli da parte delle galline accoppiate dell’ufficio. Che rappresentano il 99% delle galline. L’1% gallina sìngol sono io.

Quasi quasi mi conviene andarmene a Roma, per l’occasione. Almeno, come unica giuoia, avrei Father che mi sbuccia i mandarini.

Della santa Pasqua ho già sparlato. Si becca il quarto posto in memoria dei traumi infantili subiti quando volevo il Pasqualone di plastica, ripieno di Barbie, ma Mother lo trovava troppo consumista e mi concedeva quello di cioccolato, ripieno di portachiavi.

L’unico cibo al mondo che io non mangio è proprio il cioccolato. Father però sì e andava a finire che si sbafava l’uovo intero lui. Forse è per questo che ora si sdebita sbucciandomi i mandarini.

A Pasquetta poi si sa, piove sempre. Quinto posto.

Stiamo andando fuori tema, lo so. Il titolo si riferiva soltanto al Natale e invece mi son lasciata trasportare da una bisbetica classifica di tutte le feste comandate. Il punto è che non sarei così acida, se le feste comandate non mi facessero rimuginare sull’ammòre. O meglio, su quelli che pensavo fossero ammòri e invece erano calessi. Molto puntuali, tra l’altro, perché passavano specialmente poco prima di Natale. Forse odierei le feste comandate comunque, di sicuro non sono e non sarò mai una fan del santo Valentino, ma probabilmente il Natale sarebbe più sopportabile senza avere il cuore spezzato per il cretino di turno. Tutto qua. Lo trovo di un pessimo tempismo, di un cattivo gusto esemplare quello di piantare qualcuno a Natale. Ricordo ancora le ultime parole di quell’idiota mariuolo di Babe: “Ero indeciso sullo scaricarti prima o dopo Natale ma poi ho pensato che, mollandoti prima, hai qualcosa per cui farti consolare quando torni a casa e dunque prendilo come un favore personale”.

Bisogna ammettere che gli inglesi sono dei veri gentlemen.

Sono un po’ ingiusta però con Babe: le sue ultime parole in realtà sono state altre. Sono arrivate via mail, un anno dopo (quindi sempre sotto Natale), e suonavano più o meno così: “Cara W., vedo che con un pessimo tempismo e un cattivo gusto esemplare osi ricordarmi che sono mesi e mesi che ti devo un sacco di soldi. Nonostante questo argomento di grandissima volgarità inquini le fulgide memorie che ancora conservo di te, nonostante sia scioccato da una richiesta così immotivata e meschina (il suddetto sacco di soldi è infatti da intendersi come un regalo per me, te ne eri forse dimenticata?) e nonostante la legge sia dalla mia (in caso pensassi di farmi causa, ovviamente perderesti), ho pensato di farti un favore personale restituendoti il malloppo in comode rate, cosicché tu realizzi il tuo sogno più grande, oltre a quello di nuotare nelle banconote come zio Paperone, avida creatura che non sei altro: non avere più niente a che fare con me. Buon Natale a te e a tutta la tua famiglia, che ricordo sempre con tanto affetto.”

Bisogna ammettere che gli inglesi sono dei veri gentlemen. Alcuni poi, pure straordinariamente perspicaci: questo qua ha realizzato il mio sogno in pieno, in effetti.

Anche Mother lo ricorda con tanto affetto, comunque. Ancora lo chiama “il furbetto del quartierino” o “il delinquentello di bassa lega”.

Che dirvi, in realtà tutto ciò ormai è passato e non me ne importa più niente. Babe, nonno, i Natali e i Capodanni scorsi sono solo materiale da blog e non contano. E, a pensarci bene, stavolta vado incontro al Natale con animo più lieto del solito, essendo le mie aspettative ragionevolissime. All I want for Christmas, infatti, is a mandarino.

 Postilla: mi sembra opportuno precisare che sono allergica alla buccia dei mandarini. Per questo Father si prende il compito di pelarmeli: mi salva la vita. Non scherzo: se sfioro un agrume mi si gonfiano gli occhi fino a sembrare un gallo cieco, le mani diventano due pagnotte e cado addormentata. Praticamente vi sto svelando come potreste uccidermi sul colpo: prendendomi a mandarinate. Agatha Christie ci avrebbe costruito su un romanzo di Poirot.
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3 risposte a Ghosts of Christmas Past

  1. Rino Gattuso, per qualcuno Orlando Bloom, per altri Federer, ma il top è Johnny Pepp! ha detto:

    So’ quasi le 2. Se pò annà a dormì?

  2. Pingback: Tarts | Tacchi alti e sampietrini

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