La solitudine dei londinesi primi

E’ ormai più di un mese che l’ennesimo stronzo che mi sono pescata è sparito. Ciò mi regala la fantastica opportunità di trascorrere più tempo con me stessa, investendolo in tante proficue attività. Vediamole insieme.

Dalle 9 di sera alle 00.35, dalla domenica al giovedì, piombo in un abisso di nera disperazione. Se non esco, a volte cheto i pensieri con un film, un buon libro o una telefonata. Il problema è che nei film riesco a trovare qualche nesso che mi ricorda lui (“toh, un uomo”); i libri del momento sono quelli di Rossana Campo che adoro, è simpaticissima e intelligente però parlano tutti di anti-eroine che soffrono per amore e da un lato aiutano, dall’altro no; le telefonate sono o con amici più disperati di me che finisco per il confortare, o con amici che mi cazziano tantissimo perché hanno le palle piene del mio stronzo e pensano che io sia una rincoglionita a non sapermene liberare. Insomma, va a finire che tocco il letto e il 90% delle volte ho degli incubi da paura che mi fanno affrontare la successiva giornata lavorativa con una certa marcia in più.

Il venerdì e il sabato, come ho già narrato in precedenza, mi devasto con la nota formula sesso, droga & rock’n roll. Ovvero vado a ballare, bevo a manetta e, se sono fortunata, mi rimorchio qualcuno di decente. Altrimenti ballo, sbevazzo ma passo tutto il tempo a scansare dei rozzi provoloni inopportuni, che offrono sì spunti comici interessanti per racconti in società o sul blog, ma anche ulteriore materiale per i suddetti incubi. Questo weekend, per la cronaca, mi son toccati il militare (o il limitare?) pazzo e pericoloso e il ricco giovanotto roscio viscido e pericoloso. Trovate il punto in comune fra i due.

Dal lunedì al venerdì, in giornata, lavoro e mi distraggo abbastanza. Se non fosse che il mio lavoro in fondo mi annoia, lo trovo arido e competitivo. Sto cercando di vivacizzarlo e di renderlo adatto a me, ma anche se in generale non sono scontenta (grazie alla mia natura gioviale e serena), non è una cosa molto facile, più che altro non mi riesce molto rapida. Ma è uno dei pochi progetti sani che ho, dunque mi tocca investirci. Per il resto del tempo, dal lunedì al venerdì in giornata, mi cade l’occhio ossessivamente sullo schermo, proprio là dove potrebbe sbucare lo stronzo mediante uno dei canali sociali virtuali che ci offre la moderna tecnologia.

Occasionalmente, mi impegno in attività collaterali tipo teatro, musical, palestra e ora anche il mitico corso sul vino, quest’ultimo da cui non mi sembra di cavare un cazzo. Quando finirà, inizierò quello di psicologia dal titolo “Ti senti perso per strada? Aripijate” da cui, onestamente, non so proprio cosa aspettarmi. Potrebbe essere terribile, o l’idea geniale del 2013. O una sana rottura de coglioni.

Pupillo, lo so che ti sto servendo il commento su un piatto d’argento.

Questo è il quadro della mia situazione attuale. Più rosea di alcune in cui mi sono ritrovata in passato, ma allo stesso tempo assai più insidiosa e difficile. Capiamo insieme il perché (oggi mi sento molto manuale, spero siate in mood didattico anche voi). Innanzitutto, esaminiamo la vicenda di questo stronzo: partiamo come amici, ci affezioniamo gradualmente l’uno all’altra e presumo alla stessa velocità. Siamo casti per un anno e passa, poi scopiamo e non reagiamo per niente male alla cosa. Fino al momento cliché: io mi innamoro, lui scappa. Tempo due mesi e mi si ripiglia, io che stavo morendo disperata sono felice, lui pure scontento non è, ma nessuno dice nulla perché io non voglio che lui scappi di nuovo e lui, sicuramente, non vuole sentire che io mi aspetto qualcosa o altre menate qualsiasi che avrà gentilmente attribuito alla mia prolifica mente da femmina innamorata. E così passa un altro annetto, lui non scappa e io non parlo, si scopa regolarmente nella miseria umana più profonda, con sporadici guizzi di galanteria da parte sua a cui io attribuisco un’importanza spropositata. Colpo di scena: una simpatica ragazzotta teutonica, sospetta lesbica, che lavora con me decide di socializzare. Come primo argomento di conversazione, davanti a due belle pinte di birra, sceglie la sua attività sessuale con uomini e donne, in particolare – toh – con uno stronzo a caso: lui. Io, come il nato un giorno dopo di me (ma anni prima) Lucio Battisti cantautore, ricordo sono morta in un momento. Poi, siccome lei è molto brava in matematica, iniziamo a fare dei calcoli gradevolissimi in cui scopriamo di aver avuto un allegro overlap di almeno quattro mesi e inoltre, facendo due più due dal mio archivio personale dei ricordi, io le dico che ci sono forti possibilità che altre scostumate donnine, sempre lavoranti con noi, facciano parte dell’harem. Il suo commento è: poco male, tanto già ho smesso di farmelo da un po’ visto che oltretutto è pure una pippa in quel campo, non me ne frega un cazzo di lui e a quanto pare è anche un tantino losco; ma se tu nutri dei nobili sentimenti nei suoi confronti allora parlaci, perché in amore l’importante è essere onesti. La mia replica è: sorella, ti seguo ma, come dire, dubito che anche lui abbracci questa filosofia dell’onestà e della trasparenza in ammòre. Un dubbio lieve, eh. E inoltre commento: ma scusa, questo pure cesso è, ma com’è che è riuscito a farsi mezzo ufficio, incluse me e te che, seppur con stili diversi (lei mascolina, io un tripudio di femminilità) siamo due belle ragazze?

Lei si stringe nelle spalle, già non le interessa più il discorso, e svogliatamente mi spiega che quando si beve in compagnia, assai spesso trombata sia. Per ribadire il concetto mi invita a casa sua dove mi ubriaca pesantemente con tutti i super alcolici che ha, infilandomeli anche nel tè che le ho chiesto per riprendermi. Non mi rimane che trincare alla grande perciò, dato che mi si spezza il cuore per bene quando vedo la busta inconfondibile con il logo del cavaliere dei cappotti e capisco che è provenienza dello stronzo. Poi finisce che io e lei dormiamo insieme un paio di volte, sia quella sera che un’altra, tempo dopo. Lei fa la grande provocatrice, però alla fine non quaglia quindi signore e signori mi dispiace ma niente racconto di porcate saffiche per voi, a sta botta almeno.

Poi che succede? Io che sono morta in un momento mi ritiro a deliberare con il mio cuore spezzato. Il pensiero, profondo e spirituale, ricorrente è: ma a lei avrà regalato sti cazzo di cappotti, oppure ha fatto solo da tirchio procacciatore, su rimborso, come con me? Lo stronzo, con un fantastico senso della puntualità, bussa alla mia porta ma io sono troppo incazzata e non lo voglio vedere né sentire mai più. Lui insiste, mi cerca a raffica e io, stupendomi della mia mancanza di valori sani e di autostima, gradualmente cedo: prima gli concedo una telefonata, poi dopo un mese e mezzo anche le delizie delle mie carni. Il sorpresone: a causa di questo tumultuoso cocktail emotivo di rabbia, gelosia, disperazione e disgusto il sesso migliora assai. Nonostante anche io concordi con l’androgina sul fatto che il tipo sia un amante piuttosto incapace (ora che ci penso, è spaventoso che questo riceva critiche a iosa ma allo stesso tempo trombi come un riccio), me la godo molto di più. Tanto che decido di dimenticare tutto, del resto non posso dirgli nulla, lui obietterebbe che non stavamo insieme e che mai si è ufficialmente parlato di fedeltà. Mi intrappolo ancora di più nelle mie omissioni, nelle sue menzogne, lo odio e allo stesso tempo lo amo come mai l’abbia amato prima perché finalmente lo vedo per quello che è: un fedifrago, un vigliacco, uno stronzo senza scrupoli. E gli faccio, immeritatamente, il dono più grande che potrò mai fargli: accettarlo così com’è.

Non so se per effetto di questo, o dell’averlo sfanculato per un po’, ma il nostro ora fila dritto, è tutto gentile e attua una serie di manovre per riconquistarmi che, che ve lo dico a fare, sono di sicuro successo. Dentro di me in realtà inizio a rompermi i coglioni e a desiderare di mandarlo a cagare, i miei amici si sono già rotti i coglioni da un pezzo e premono perché lo mandi a cagare, ma non ce la faccio e, seppur tenendolo a distanza come meglio posso, continuo a vederlo illudendomi che si possa redimere, che adesso sì che avrà capito di amarmi, che spazzerà via le altre donnacce in un sol gesto, che io sia l’unica e che mi sposerà e faremo due femmine e un maschio e le tre creature avranno gli occhi verdi e i capelli ricci.

Pupillo, lo so che ti sto servendo il commento su un piatto d’argento.

Insomma: me la canto e me la suono alla grande, e la mia canzone si chiama “Insensato delirio”. Ora che è successo? Dopo essersi comportato discretamente, il che include fra le varie cose l’avermi procacciato un altro cappotto, l’avermi fatto un regalo e l’avermi portata a cena fuori, il nostro si dà. Dileguossi da più di un mese, come dicevo all’inizio di questo post. Da cui tutte le mie reazioni elencate sopra.

Io lo so che, dovesse mai risbucare, sarebbe come essere contattata da uno spacciatore e ripiombare con tutte le scarpe nel tunnel della droga. E non mi riferisco solo alle canne, parlo in senso metaforico. Lo so che peggio di così non può fare, più in basso di così non posso andare e che ha dimostrato di non essere manco un mio amico. Lo so che è un cinico, un baro e che non mi farà mai stare tranquilla. So anche che, pure se ora non mi sembra concepibile incontrare qualcuno con cui trovarmi meglio, uno onesto, sincero, con un frizzante senso dell’umorismo, una spiccata sensibilità, una lucida intelligenza, una possente virilità e un certo talento per il sesso orale (perché diciamolo, grosso modo è ciò che cerco in un uomo), un giorno magari succederà e dirò: ma quanto tempo ho sprecato appresso a Fritz?

Perché è chiaro, a questo punto, di chi si parla. Mi rendo anche conto del fatto che non è lui il problema, ma l’angosciante solitudine in cui mi trovo ora. Il lavoro da sistemare, che un po’ per pigrizia, un po’ per paura, un po’ per mancanza di idee precise come spiegavo mi sta richiedendo del tempo. Il non sentirmi a casa mia da nessuna parte, se non a casa sua. La fredda metropoli tentacolare, in cui ti sforzi di conoscere gente nuova, ma alla fine è sempre la stessa e ti annoia. Oddio, ovviamente escludo i miei amici da questo giudizio, son tutte personcine ammodo, ma nonostante li ammorbi con i fatti miei, la realtà è che non voglio pesare su di loro perché ognuno ha i propri cazzi e non mi sembra giusto accollarmi, anche se ora sto morendo. Ci si deve salvare da soli perché ormai abbiamo 70 anni e siamo adulti suonati. Vorrei soltanto sapere dove andare, cosa cercare, che cosa fare per sentirmi davvero realizzata, perché io questa città non la voglio lasciare. Voglio capire a che punto mi è sfuggito di mano il sogno londinese, esattamente quand’è che ho smesso di vivere e mi sono limitata a sopravvivere. E voglio recuperare e sovvertire tutto questo, perché si è felici solo quando si smette di sopravvivere e si inizia a vivere. Vorrei solo capire come. Se gli amici che leggono lo sanno, apprezzerei tantissimo ogni suggerimento.

Guarda caso, queste belle parole sul vivere invece di sopravvivere me le disse Fritz (uno il cui modo di vivere, invece di sopravvivere, è fare il puttaniere cinico e baro, ma vabbè). Corredate da incoraggiamenti e consigli sul mio futuro. Seguite dal bacio migliore che mi abbia mai dato, appassionato, lunghissimo, sulla finestra di casa mia, che poi è diventato una scopata niente male in cui ci siamo persi il preservativo senza accorgercene e il giorno dopo ho dovuto prendere l’omonima pillola perché un conto è delirare sui bambini ricci, un altro farli per davvero così, alla leggera. Mentre mi baciava, sulla finestra di casa mia, io ricordo benissimo di aver pensato: pure se fosse uno stronzo, pure se finisse domani, ne sarebbe valsa la pena perché questa è la cosa più bella del mondo. E ricordo anche che, dopo la famosa scopata niente male con perdita di precauzioni contro le gravidanze indesiderate, siamo tornati alla finestra e ho pensato: ora mi dà un altro bacio. Così fece, mi schioccò un bacetto sulle labbra, senza motivo, ed è stata l’unica volta finora in cui l’abbia fatto così disinteressatamente. Io non so quand’è che mi sia sfuggito di mano il sogno londinese, ma so questo e ve lo dico: il bacetto disinteressato fu il momento esatto in cui caddi per Fritz.

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2 risposte a La solitudine dei londinesi primi

  1. Rino Gattuso, per qualcuno Orlando Bloom, per altri Federer, ma il top è Johnny Pepp! ha detto:

    Così ce piace.

    Daje.

    (E Pupillo mi ha imposto di non sfruttare gli assist, non li sfrutterò)

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