Volere volare

Questo post è una vanteria su come ho superato la mia paura dell’aereo.

Siccome sono logorroica e amo gli antefatti, partiamo da molti anni fa, quando non avevo affatto paura dell’aereo, ma anzi volare mi piaceva tantissimo. A soli tre anni Mother e Grandmother mi portarono in Grecia. Ovviamente non ricordo nulla di quel viaggio, salvo che le due scellerate mi fecero prendere l’aereo col patto di non dirlo a Father (che ha paura). La prima cosa che feci appena tornata a casa fu di annunciare: “Father, Grandmother mi ha portato sulle nuvolette!”
Grandmother ricorda invece che mangiavo a quattro palmenti e che flirtavo con i camerieri per ottenere ancora più cibo. Pare che una sera ne tirai uno per la manica e gli dissi, con un adorabile sorriso: “signore, signore…e daglielo un altro cannellone a pupa perché sono veramente buoni”.

Insomma, già all’epoca si delineavano i tratti principali del mio carattere come la discrezione e la moderazione. Ma non divaghiamo e torniamo agli aerei.

Volare mi piaceva e ho avuto la fortuna di farlo spesso. Ogni anno si viaggiava un po’ io e Mother perché lei sosteneva che, nonostante fossi una bambinetta, non rompevo le palle e dunque potevo essere scorrazzata di qua e di là. Mi sentivo molto figa già in aeroporto, mi emozionavo al decollo e guardavo fuori dal finestrino tutto il tempo, preda della mia frenesia estetica e quasi mi dispiaceva quando si atterrava e si lasciava quella dimensione onirica del volo. Non ricordo di aver mai fatto caso alle turbolenze, nemmeno quando andai in Cina alla ragionevole età di diciassette anni e presi dei velivoli cinesi alquanto scassati per qualche tratta interna.
Ricordo che Father aveva molta paura dell’aereo e che si arpionava al sedile, la faccia paonazza e gli occhi chiusi, fingendo di dormire mentre Mother dormiva veramente e russava pure. Nonostante io abbia provato a rassicurare Father dicendogli che non saremmo mai precipitati, il poveretto volò una sola volta con noi e fu a Nuova York perché “a New York ci devo venire”.

Ricordo che al liceo feci amicizia con un tipo che abitava vicino all’aeroporto dell’Urbe, che aveva il brevetto da pilota e che per poco non me lo presi anche io. Il poco è che il brevetto in questione costava molto e io ero minorenne e squattrinata.

E poi, all’improvviso, compii venticinque anni. Un quarto di secolo. Il Brutto, all’epoca mio fidanzato, doveva andare a Catania per tentare di essere ammesso ad un dottorato e mi chiese di accompagnarlo. A me basta fare una valigia per essere contenta e dunque accettai. Una volta in aereo, beccammo una turbolenza della madonna perché pare che Catania sia uno degli aeroporti più ventosi d’Italia. Non sapendo nemmeno perché, mi ritrovai arpionata al sedile, la faccia paonazza e gli occhi chiusi, mentre il Brutto russava. Quando i tonfi dei vuoti d’aria lo svegliarono, si accorse del mio panico e, tanto per gradire, mi prese per il culo: “cos’è questa faccia da topo?” Io squittii e lui allora capì che mi stavo cagando sotto, provò a darmi la mano cercando di essere rassicurante ma io non la presi e rimasi arpionata al sedile, sprofondandoci sempre di più, mentre lui un po’ imbarazzato, e forse offeso, mi cazziava: “dai, cerca almeno di spaventarti con dignità”.

La paura è iniziata così. Per dovere di cronaca, presi un altro paio di aerei col Brutto, che si comportò in maniera più civile nei miei confronti ma non fummo mai più da soli e io non mi sedetti più accanto a lui. Gli anni (pochi, perché ne ho appena compiuti ventinove) passarono, mollai il Brutto e i topi al loro destino e continuai a volare, sempre cagandomi sotto da morire. In un volo per Londra nel 2005 ebbi un attacco di panico, ricordo che mi pulsavano le mani fredde e che pensai di morire. Era un volo EasyJet. Non fu easy manco per il cazzo.

Un’amica di Grandmother, che mi stava molto simpatica perché da giovine si metteva il rossetto di nascosto dai genitori, mi passò di contrabbando del tavor. Ci campai tre voli e poi ripresi a non dormire la notte prima del viaggio, a controllare ossessivamente le previsioni del tempo, a stringere il braccio di sconosciuti che avevano la sfortuna di sedermi accanto e mai una volta che avessi beccato un figo, solitamente solo vecchie. Vabbè.

E poi ho iniziato a ricordarmi di New York. Di un volo di otto ore, sopra il polo, in cui non avevo paura ma anzi rassicuravo io Father. Ho capito che la chiave era tornare lì. Cosa avrebbe aperto questa chiave non lo sapevo, ma ho sentito che dovevo assolutamente tornare a New York.

Fra il dire e il fare, c’era di mezzo però un oceano. E, come insegna il buon Seneca, pluricitato in questo coltissimo blog, non si può traversare il mare con una nave piena di carichi disordinati. “Non serve cambiare luogo, quando l’animo è agitato. Se viaggi con tutte le tue angosce, ti seguiranno dovunque andrai e non amerai mai nessuna destinazione, perché alla fine ti ritroverai sempre da solo con te stesso. Ma, se imparerai a deporre il fardello che grava sul tuo animo, allora tutto l’universo ti sarà ospitale”.

Solo un anno fa, avevo due pesantissimi fardelli che gravavano sul mio animo: un lavoro che mi rendeva un po’ infelice e un uomo che mi rendeva molto infelice. Ogni tanto pensavo a New York, ci sono state un paio di occasioni di andare ma non le ho colte. Poi mi sono finalmente liberata dell’uomo. Mi ha fatto la cortesia di sparire e io non l’ho mai inseguito, realizzando col tempo che non l’avevo mai veramente voluto. Infine mi sono liberata del lavoro. E ho iniziato a respirare, pur non sapendo dove sarei andata.

E fu così che, tagliati i rami secchi, mi sono ritrovata a New York. Libera come non ero da tempo, anche se ancora non lo sapevo. Il fortunato a viaggiare con me stavolta era Pupillo. Il volo dell’andata è stato liscio, sulla scia di un lungo tramonto e io, negoziato il posto vicino al finestrino, guardavo il grande continente americano eccitata all’idea di una nuova avventura. Il volo del ritorno è stato liscio manco per niente. A metà strada (o si dice metà cielo?) l’aereo ha iniziato a ballare e Pupillo, io e un vecchio tedesco ci siam cagati sotto. Ognuno ha reagito alla paura a modo suo: Pupillo ha fatto finta di dormire, io sono planata sul suo braccio e il vecchio ha iniziato a parlare di Kant e Hegel. Poi ci siamo assestati, anche se l’aereo non voleva saperne di fare altrettanto: Pupillo mi ha cazziata ma anche rassicurata, io gli ho mollato il braccio per prendergli solo la mano e il vecchio ha attaccato a raccontare del suo divorzio, di come si fosse innamorato di una lesbica e di quanto sia io che Pupillo fossimo belli e pieni di stile. Pupillo ha detto prima “questo è ricchione” e poi “ah, ce sta a prova co te, escice dai che magari c’ha i soldi”. Io ho iniziato a spiegare che l’aria è solida e che l’aereo ne è sostenuto, per cui non possiamo precipitare. Il vecchio ha detto che licenziarmi e andare a New York, per giunta con un gran bel figo come Pupillo, “così gentile”, è stata l’idea della vita e che ora sì che le cose andranno bene. Siamo atterrati, Pupillo ha convenuto che eravamo sopravvissuti e il vecchio ci ha salutati, a lui dicendo “curiosa strategia la tua, contro la paura dell’aereo, questo fingere di dormire” e a me “continua ad irradiare le tue onde perché solo amando te stessa avrai successo”.

Degli effetti del volo sulle conversazioni parleremo magari un’altra volta. Per ora, lasciatemi dire che, ebbene, ho vinto la paura dell’aereo. Ho volato per andare e tornare da Roma e mi sono addirittura addormentata durante una turbolenza sulle Alpi. A bocca aperta, un po’ come Mother ma senza russare. Non so se tornerò ad essere una treenne incosciente, ma di una cosa sono sicura: tagliare i rami secchi mi ha fatto un gran bene. E non vedo l’ora che crescano i nuovi fiori.

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