Tired of London, tired of life?

E’ strano come a volte i desideri siano semi. Non ti accorgi di quando il vento li porti, di quando si piantino dentro di te, percepisci vagamente che stiano germogliando. Finché, un giorno, ti chiedi: e questo fiore da dove è spuntato?

Mi sa che, nel mio caso, c’è di mezzo quel malandrino del Ponentino. Questo venticello deve avermi portato il seme della romanità perché già un anno fa mi era venuta la tentazione di tornare, sepolta però subito anestetizzandomi con il lavoro opprimente, gli incontri, il pubbaccio vicino all’ufficio. C’era la paura che diceva “a Roma che fai, non trovi lavoro, la gente è depressa, l’Italia è corrotta, non sei più abituata”. C’erano voci che proponevano “vattene altrove semmai, perché non provi Nuova York? Tu sei tipa da Nuova York, la grande mela, la città che non dorme mai. I grattacieli, la frenesia, la gente che va a mille, yeah yeah yeah”.

E io ci ho creduto, anche perché è vero che Roma per me era un limite, che non mi ci ritrovavo più e che Londra invece era l’indipendenza, la libertà, la scelta.

Amavo tantissimo Londra, per i primi anni poi l’ho amata più che mai. Avevo fame di avventura, volevo vivere per conto mio, farcela da sola, guadagnare in fretta un po’ di soldi per fare tutte quelle cose che non mi sarei potuta permettere a Roma. Soprattutto cose pazze, avevo fame di follie, di glitter, di lucine blu e di tortine.

Infatti mi sono inchiattata non poco e, a furia di focaccine, sono diventata la donna burrosa che tutti conoscete. All you can see, I owe it to scones.

Londra mi ha fatto un gran bene. Mi ha aperto la mente e mi ha dato, effettivamente, quello che mi aspettavo e anche di più. E’ una città spietata, fredda, come dice Putney è un porto di mare dove son tutti marinai però ero marinaia anche io, a mio modo, e sono stata benissimo.

Putney dopo cinque anni è scappata da Londra e ora è felicissima da un anno a Roma, ndr.

Adoro la casetta, ultimamente che non lavoro la adoro anche di più perché la tengo pulita (ciao mother, non sapevo leggessi, è tutto vero) e poi l’ho riempita di quadri di father e di ricordi altrettanto esteticamente gradevoli. Se potessi trasportare magicamente la casetta a Roma, in blocco, sarebbe perfetto.

Apprezzo ancora molto di Londra, e credo sia sempre il luogo delle opportunità.

Ma…nella premessa c’era un ma. E’ sbocciato il fiore romano perché ora, tutto di un tratto, sono presa da fortissima nostalgia che mi ha portata a fare alcune considerazioni piuttosto pratiche.

Il triangolo amoroso con la due città resta com’è, innanzitutto. Le amo entrambe e tengo la casetta qui, su questo non ci piove.

Tecnicamente ci piove sulla casetta, ma questa è una battuta scontata sul meteo inglese fatta da un italiano medio, che noi non siamo.

Forse però io e Londra abbiamo bisogno di ridefinire il nostro rapporto, di rimanere semplici amiche per un po’ e invece è Roma che fa per me ora. Il punto è che tutte e tre siamo cambiate. Finché Roma era deprimente, io annoiata e Londra frizzante la scelta era facile: arrivederci Roma, London calling.

Ora che Roma è meno deprimente, io desiderosa di calore e Londra freddissima, forse a settembre sarà tempo di migrare.

Il punto è che, seppure a Londra ci siano i lavori migliori, i teatri, i negozi meravigliosi, spunti interessanti per fare foto e tanto altro, noto che non mi ritrovo più a livello sociale. In parole povere: non sono più sicura che a Londra ci sia l’amore. Ho pochissimi amici e sono le uniche persone a cui tengo, per il resto è miseria umana. Gli inglesi sono un popolo odiato anche da loro stessi: hanno delle buone qualità, non dico di no, però sono intrappolati in una rete di formalismi inutili e un po’ falsi che io ultimamente non reggo più. Poi vabbè, non parlo degli inglesi al di fuori da Londra, che alla fine sono persone carinissime e giusto un po’ riservate. Sono proprio i londoners stereotipici che mi hanno rotto il cazzo: giovini singòl in carriera che vanno e vengono, promiscui, cinici e aridi, tossici dipendenti o dal lavoro, o dalle droghe, o da entrambe le cose. Sarà che io conosco solo lo scintillante mondo dei media, noto crogiuolo di questi individui, ma a parte qualche rara eccezione parte la vocina di mammì “sono tutti cooooosìììììììì” e io mi sono stufata. Arriviamo al punto: gli uomini mi hanno annoiata qui.

La mia ultima storia è stata 4 anni fa, e lui era un coglione narcisista pure mariuolo. Nonostante ci fossero un sacco di possibilità di incontrare persone migliori, che ho effettivamente conosciuto, non sono riuscita ad innamorarmi di nessuno e a legarmi a nessuno. Lasciando stare il sempiterno dibattito “ma io mi sono mai innamorata veramente?” e conseguenti pippe mentali, il discorso è che non mi sono più emozionata sul serio, non c’è stato nessuno degno di nota.

Ok, c’è stato Fritz. Un manipolatore piuttosto sfigato a cui stavo simpatica, che ha deciso di drogarmi per scopacchiare a tempo perso, mentre di nascosto si faceva altre, oltretutto bigusto, che hanno pensato bene di approcciarmi rivelandomi tutto. Mi sono emozionata tantissimo quando l’ho saputo, sì, nel senso che mi sono disgustata di quanto potessi essere stata fessa. Lui, a conti fatti, mi ha sempre suscitato un certo imbarazzo, tant’è che non l’avrei mai esibito sui social networks, per dirne una. Specialmente in foto senza cappello, che come disse mother lo rendeva così grazioso.

C’è stato il rapporto morboso con Pupillo, che tuttora mi vede come se fossi sua madre. Io sarei anche disposta a tornare amici, ma lui a quanto pare no. Posso dire che la più grande emozione fu quando gli proposi di prenderci una pausa. Bella.

Mi sembrava che mi fosse sfuggito di mano il sogno londinese. Non mi divertivo più, non mi sorprendevo più, non mi aspettavo più niente.

Ho capito ora che mi mancavano l’attrazione, le cazzo di farfalle nello stomaco, l’emozionarmi davvero per qualcuno. Mi sa che è dai tempi del perfido Roscio, l’unico che si avvicina ad essere chiamato amore della mia vita, che non mi esalto per un uomo. Che non sto ore sveglia la notte a pensarci, che non ci rubiamo le parole a vicenda, che non lo vedo e muoio per quanto mi piace. Sì, ho provato alcune di queste cose separatamente, di sicuro ho avuto il cuore spezzato ma niente totalmente, niente che valga la pena ricordare. E, se continuo a stare qui, temo che non accadrà mai. 

Adesso, senza che me lo aspettassi minimamente, torno a Roma e bum, un colpo di fulmine come non mi capitava da anni. Guarda caso, nello stesso posto in cui andai con il perfido Roscio 15 anni fa. Solo che allora ero una timida ventenne e col perfido Roscio ci siamo solo abbracciati per guardare il panorama. Con questo adorabile sconosciuto invece è partita una limonata selvaggia che se chiudo gli occhi ancora sento. E che se ci beccavano ci arrestavano.

Tutto per due occhi verdi, poi.

Insomma, mi è tornata la voglia di Roma. Dell’aria di mare e di pini, del tramonto in terrazza, delle birrette per strada e delle limonate in macchina. So che è una decisione ancora molto prematura, so che non sarebbe tutto rose e fiori e che, anche se tornassi, magari dopo poco tempo impazzirei e scapperei di nuovo qui. Del resto la prima volta che venni a Londra dopo qualche mese son tornata a Roma, pensando di rimanerci, e Londra mi ha subito riacchiappata per altri sette anni. Per cui le mani avanti le metto. E inoltre non mi trasferirei per un uomo, sarebbe una cosa puramente mia. Un’altra mano avanti giusto in caso steste pensando che sono una maiala che cambia città per una limonata.

Sì, c’è chi lo pensa. Chi lo pensa e approva, oltretutto. La nostra Padovana, scazzatissima dall’essersi trasferita a Milano, è entusiasta di questo piano romano e vuole venire anche lei. Lo vede già come cosa fatta, sta prendendo contatti con gli spacciatori capitolini perché l’erba di Roma è sempre più verde. Ha paura che io possa cambiare idea e, per incoraggiarmi, mi ha detto: “amo, va’ dove ti porta il cazzo”.

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