Roma capoccia

Eccoci qui. Tanto ho fatto, tanto ho detto che una sera ho sostenuto un colloquio e la mattina dopo mi hanno offerto un lavoro di tutto rispetto a Roma.

Inizio fra un mese.

Come al mio solito, mi sto cagando sotto. Guardo Londra ed è così bella, la amo parecchio e mi sembra assurdo lasciarla. La casetta, i parchi, gli amici che ovviamente ora sono tutti disponibili perché sto partendo e tocca spararsi le ultime, matte cartucce.

Come al mio solito, in realtà sono felice. Sono felice perché so. Perché so che è destino, sento che ci sono dei fortissimi motivi per tornare e devo vivere tutto questo.

So che, se non partissi, a Londra non resisterei molto. So che tornerebbe il freddo, che vivrei ritmi frenetici, che ognuno finirebbe risucchiato dal proprio vortice e che sarebbe difficile incontrarsi.

Ho tirato pacco ad una festa sabato scorso perché era a un’ora e mezza di treno da casa mia e faceva un freddo cane. Domenica mi è stato dato pacco perché si era bevuto troppo il venerdì.

Ora invito la festeggiata di sabato da me per un aperitivo ed esco con l’altra persona per due venerdì di fila. Sono eventi eccezionali, solo perché all’improvviso ho saputo che ho giusto un mese qui per vedere tutti.

A Roma mi stanno aspettando. C’è già in programma una festa, ci sono i gatti, i bambini e pare faccia già caldo. Uno dei miei migliori amici mi ha detto che c’è un cielo azzurro che spacca.

Lo stesso amico, quando ha sentito che mi impanicavo, ha detto che è ridicolo perché sarei come un pompiere che, dopo aver estinto l’incendo, ha paura di salire sul camioncino per tornare in caserma.

Ha ragione: ho fatto cose ben più spaventose di questa. Ho lasciato Roma dopo una primavera e un’estate meravigliose, in cui i miei amici erano un gruppo frizzante per andare a Milano. A fare un lavoro di cui non sapevo niente, in un ufficio in cui la metà della gente era odiosa (il mio capo in primis) e piangevo ogni volta sul treno. Ho pianto anche durante la mia prima pausa pranzo.

Ho ottenuto un biglietto per Londra e mi sono fatta amica l’altra metà dell’ufficio, riuscendo pure a divertirmi.

Sono andata a Londra da sola, non conoscevo nessuno e parlavo un inglese alquanto maccheronico. Si crepava sempre di freddo da morire. Chiedevo a tutti di mandarmi una email per “ricapitolare”, sono partita giù secca al primo liquid lunch e una tipa mi ha graffiata giocando a netball. Ho ancora la cicatrice sulla mano, una piccola lunetta che mi fa simpatia ora.

Mi sono fatta un sacco di amici, ho dato un’impennata al mio scarso numero di amanti, ho trovato casa e sono diventata una manager. Ho litigato con i bulli e ho pianto solo per commozione quando Pala-Dino si è trasferito a New York. Posso vantare persone care ad ogni latitudine, dal Canada all’Australia così che a qualsiasi orario se mi gira sento qualcuno.

Ed è stato grazie a tutto questo, nonostante le mie paure, che il giorno del compleanno di Roma mi hanno offerto un lavoro trattandomi come un talento da acchiappare al volo.

Parliamo sempre dello scintillante mondo dei media, che io cercavo di fuggire ma che evidentemente mi ama troppo per cui diamogli un’altra chance. Non perdo di vista i miei progetti, dal coaching al trucco, però come inizio non è malaccio dai.

A Roma mi innamorerò di nuovo. E hai visto mai che riesca a coronare il sogno di vivere con un gatto. O più gatti. Tanto ho scoperto che ci dormo benissimo insieme, anche se mi si avviluppano alla faccia manco fossero dei koala.

Roma è casa mia. Come ha detto il cinofilo, starò benissimo. Il suo primo commento è stato: “Vai, vaaaaaaaai, là trombi assai”.

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