My way

Ho raccontato qui di come abbia scampato quattro matrimoni. Con la recente aggiunta del Depardieu potremmo arrivare a cinque, tanto con i funerali avevo già fatto sballare il conto per candidarmi a recitare in una commedia romantica inglese. E Hugh Grant è invecchiato.

 

Mi sono appena trasferita a casa nuova e riflettevo sul nuovo ambiente solo per me, ancora una volta. Sicuramente io voglio l’amore, sogno di sposarmi un giorno e mi vedo anche come mamma. Però ho realizzato che questo amore si rivolge innanzitutto a qualcuno di molto importante, che finora non avevo colto: me.

 

I favolosi partiti con cui avrei potuto accasarmi in pianta stabile alla fine non erano cattivi. Non mi tradivano, erano bellocci, erano porti sicuri da cui tornare la sera. Alcuni di loro mi hanno abbracciata mentre dormivo, hanno viaggiato con me, mi hanno fatta ridere, che sono le mie tre ragioni fondamentali per stare con un uomo. Avrei potuto fermarmi con uno di loro e adesso avrei probabilmente due o tre figli, magari uno si sarebbe pure beccato l’allele recessivo degli occhi verdi chiazzati di nero.

 

Sarebbe bastato tollerare di sentirmi dire che sono grassa, di vedere sminuite le mie idee, di non essere capita o supportata nei momenti di crisi, di essere chiusa in camera in kimono durante le partite di poker. Esempi a caso.

 

E avrei perso Londra. Le serate iniziate con “just a pint” e concluse tornando a casa alle cinque del mattino, comprandomi le uova dal turco per la colazione. Il tepore della casetta, il secondo piano degli autobus, il sesso favoloso con trombamico o con il bellissimo carpentiere, le canne affacciata di fronte alla polizia, con le gambe fuori dalla finestra come Audrey. Le passeggiate nei parchi o fino al negozio vintage di Parsons Green, le corse sul fiume o al cimitero. La Southbank, le persone incredibili piene di voglia di fare, le nuove chances. I vestiti. I miei crepacuore curati con le Louboutin. Le Manolo scelte da Pupillo. Gli addii, gli aerei e i ritorni. Il cuore che si apre e si chiude ad ogni partenza come le palline del tè. La campagna inglese, il mare inglese. Orinare all’alba dietro un cespuglio guardando la statua di Peter Pan (sono Wendy, posso farlo). Orinare dietro una macchina mentre qualche baldo giovine fa la guardia (sono una femmina, mi scappa). Vomitare mentre qualche baldo giovine mi tiene i capelli. Farsi portare le borse pesanti da qualche baldo giovine, casualmente anche ex con qualche senso di colpa. Conosco un sacco di baldi giovini, noto.

 

Il punto è: se mi fossi sposata con uno di questi partiti avrei avuto qualcosa, sarei stata magari felice per i figli ma avrei perso me. Non sarei Wendy Toc, non saprei quello che so ora e, soprattutto, non avrei mai imparato ad amarmi. I crepacuore che tuttora preferirei non mi fossero capitati se non altro sono serviti a questo: a farmi capire cosa voglio e cosa non voglio.

 

E anche adesso, che sono in una bella casetta al momento solo mia, so che non ho motivo di rattristarmi perché essere fedele a me stessa e proteggermi sono le cose più importanti e le uniche che mi possano rendere felice. Io voglio un uomo allegro, con un buon carattere (quasi quanto la Cetorova), di animo gentile, affettuoso, esploratore, intelligente e che mi faccia molti motoscafi. Del resto siedo su una Hollywood, sono un tesoro.

 

Concludo ricordando agli amici womini questa cosa: my pussy is not an airport. Al limite è una caletta infrattata e bellissima, a cui si accede solo via mare.

 

Ricordate, amici womini: solo via mare. Del resto sono un pesce di nome Wendy.

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