La sostenibile leggerezza dell’essere

E’ un periodo in cui sono leggera. A parte che sto dimagrendo perché faccio fitness praticamente ogni giorno e mangio bene, il che come sapete è sempre una delle mie vanterie preferite, sono proprio leggera dentro.

Sul lavoro me la sto prendendo molto con calma, sperimentando varie opzioni senza affannarmi troppo per ora.

Con l’uomo mantengo un grande disimpegno, prendendo le cose buone e rifiutando i fastidi.

Con i gatti idem, ci scambiamo molto affetto e fusa ma non devo pensare al mangiare, al veterinario e soprattutto alla sabbietta perché mi spupazzo solo quelli degli altri.

Lo so cosa state pensando: sono una vera stronza. Che, da qualche tempo, è diventata un’altra delle mie vanterie preferite. Ebbene, fedeli lettori, lo sono. Sono stronza nel senso che mi sento padrona della mia vita e libera di condurla come piace a me, non come vorrebbero gli altri. Anche perché, diciamocelo: gli altri non saranno mai felici, impossibile accontentarli tutti. Nella misura in cui non faccio del male a nessuno, l’unica persona che devo soddisfare sono io. Ci trovate qualcosa di brutto? Io no. Si parla tanto di quest’epoca come l’era del narcisismo, del disimpegno, delle relazioni “fluide”. Mah. Io sicuramente ho una sana vanità, ma non sono certo una cinica e tanto meno una grande promiscua. Sono semplicemente una persona che ha esaurito le scorte di masochismo e ha deciso di virare verso il piacere, eliminando o quanto meno minimizzando il dolore. Non ho cinismo, ho solo buon senso. E una dose solida di autostima, che mi sono costruita negli anni, anche grazie alle mazzate ricevute.

Come ci sono arrivata?

Ripartiamo dal lavoro. Non avendo un impiego fisso, ovviamente ho il mondo contro, mi si rinfaccia di tutto ma in realtà questo è il campo in cui sono meno superficiale perché sto facendo un mero calcolo economico di cosa posso permettermi e per quanto tempo, sapendo perfettamente che dovrò fare delle scelte a un certo punto. La leggerezza mi serve solamente a capire quali, per realizzare finalmente il mio sogno di lavorare di meno, guadagnare come o più di prima e divertendomi pure. Lo so, fa rosicare. Specialmente le persone rassegnate, rancorose e che di fondo non hanno voglia di fare una mazza, salvo lamentarsi. Cari amici, surprise: io mi sono fatta il culo finora. Sono emigrata in un giorno, senza avere una casa, senza conoscere nessuno, senza parlare manco troppo bene la lingua del posto e, assolutamente, senza avere idea del lavoro che sarei andata a fare però ho semplicemente mosso le chiappe e sono partita. Sono stata mobbizzata, discriminata in quanto femmina, o italiana, o addirittura romana. Sono stata sottovalutata e apertamente attaccata. Mi sono sentita uno schifo a volte, ho dubitato dell’unica capacità di cui mi son sempre sentita sicura ovvero il mio cervello. Ho pensato che gli altri fossero tutti più bravi, più scaltri, più preparati di me. A volte lo erano.

Sono stata però anche sopravvalutata, o semplicemente valutata correttamente e valorizzata. Sono stata incoraggiata, mi è stata data fiducia e sono cresciuta. Sono stata apprezzata, adorata, anche omaggiata di avances sessuali talvolta ricambiate. Sono stata pubblicamente lodata e difesa. Sono stata corteggiata da più aziende, sono stata aiutata, sono stata capita e stimata. Con il tempo ho imparato a conoscermi, a individuare i miei punti di forza e quelli in cui devo migliorare. O meglio, in cui voglio migliorare, perché ho anche realizzato che certe cose non mi interessano mentre altre sì. Ci è voluto un po’, ma mi sono resa conto che, per quanto il lavoro dipendente presenti dei vantaggi come uno stipendio fisso, dei benefits e una certa struttura, io lo detesto abbastanza. Mi ci adatto, ma non è la mia natura quella di alzarmi presto al mattino, recarmi sempre nello stesso posto, sedermi davanti a un computer a fare dei lavori il più delle volte finto intellettuali di cui, in fondo, non mi importa niente. Per quanto sia costretta a tenere dei ritmi più o meno regolari, mi sembra dopo un po’ che in realtà mi si stia atrofizzando il cervello. In due parole: mi annoio. Per non parlare di quando, invece, inizia ad esserci pressione per cui mi annoio di meno ma mi affatico togliendo tempo alla mia vita privata oppure, più raramente, mi sale l’ansia. Non fa per me. Ho visto, invece, che mi trovo a mio agio quando lavoro in modo indipendente. Sia che debba farlo da sola, da casa, oppure che collabori con qualcuno fuori, comunque mi piace l’idea di dover fornire un servizio o dare una consulenza mirata e soprattutto circoscritta nel tempo. Mi stimola dovermi procacciare i clienti, creare un progetto, vendermi e soprattutto sapere che posso scegliere di volta in volta cosa fare. Certo, ci vuole del tempo per mettere su un business che sia solido e redditizio. Ho ancora una marea di cose da imparare e certe volte dubito di me stessa, ho paura di non farcela. Ma la molla di non voler tornare dove ero prima mi spinge ad andare avanti, e ogni esperienza che faccio aumenta di un gradino la mia consapevolezza. Ad esempio, ho capito che i soldi contano. Sì, qui in Italia è volgare ammetterlo, specialmente in certi ambienti radical chic dove circola un sacco di pecunia ma si finge di campare d’aria. Io invece penso che il denaro sia essenziale: è la prima forma di riconoscimento per un lavoro ben fatto e un grandissimo pilastro verso la libertà. Se vengo pagata so che il mio servizio è stato apprezzato e con quei soldi posso permettermi di pagare le spese e di concedermi dei lussi: viaggi, vestiti, cibo buono, arte, massaggi. Soprattutto, posso permettermi tempo e privacy: posso pagare qualcuno perché mi aiuti a pulire casa, posso dormire fino alle 10 del mattino, posso andare in piscina, al parco e posso frequentare le persone per il piacere di farlo e non per bisogno. Quindi sì, i soldi sono fondamentali. Poi c’è la passione: non è un mistero che si renda meglio quando si fa qualcosa che ci piace. Io non ho il fuoco sacro dell’artista probabilmente, è una dura realtà con cui sono scesa a patti negli anni ma l’ho ammesso. Sono creativa, estrosa, ho molto senso estetico e sono portata per le arti figurative, per i lavori manuali e di precisione, ho orecchio musicale e me la cavo anche a cantare e recitare, ma dubito che sarò mai una donna di spettacolo o una pittrice, per dire. Forse ho il genio ma mi manca la sregolatezza, per citare un adagio. Non sono una persona completamente astratta, che può reggere a lungo ritmi confusi sostenuta dalle droghe e che vuole stare sempre al centro dell’attenzione, oppure che ha improvvise ispirazioni che la tengono incatenata per mesi e mesi a qualcosa: io mi drogo moderatamente, quando ce n’è, dopo un po’ che mi alzo tardi sbrocco e inizio a svegliarmi di nuovo ad orari civili, passo periodi di detox e le mie ispirazioni al massimo mi durano una notte in cui scrivo cazzate sul blog. Sono una solitaria ma mi piace anche calarmi fra la gente e sentire un po’ di calore umano, mi piace portare la bellezza e gratificarmi del piacere di chi la riceve. Per questo mi sono inventata questo curioso lavoro del trucco e coaching: quando pitto la faccia a qualcuno, dopo che ha tirato fuori qualcosa di autentico e ha scelto quale versione di se stesso vuole diventare, beh dà soddisfazione. Vedere il viso di una donna che si illumina perché ho individuato il suo stile, perché si è sentita bella e sicura di sé grazie a me è una cosa che, effettivamente, mi gratifica e si adatta perfettamente allo stile di vita che ho scelto. Ovvero lavorare a fasi alterne, avere sempre soldi e non prendere ordini da nessuno.

La verità è che io voglio essere sfacciatamente felice. Non tutti sono pronti a capirlo, specialmente a sostenerlo. Essere felici costa fatica, richiede ambizione e coraggio ed è infinitamente più semplice crogiolarsi nella mediocrità, nella tristezza, nel mal comune mezzo gaudio. Io non sono una persona invidiata, tengo un low profile perché sono scaramantica. Però a volte ho percepito l’invidia altrui, soprattutto lavorando in uffici italiani dove è pieno di gente che non vuole essere felice. A me sembra che queste persone si incatenino da sole, si seppelliscano dietro una montagna di scuse e vogliano affossare l’altro per legittimarsi. Io non sono competitiva, né nociva, solamente colgo il meglio dalla situazione in cui mi trovo: non essere sposata e non avere dei figli. Uno dei motivi per cui forse ho avuto questa idea dell’empowerment femminile attraverso il trucco è che noto un grande maschilismo ancora presente, promosso specialmente dalle donne e questa cosa mi manda ai matti. Ci si impone di desiderare un marito, una famiglia e di sentirci delle fallite se non li otteniamo. Lo spiegherò meglio dopo, comunque ripeto che io credo nell’amore, solo non penso affatto di essere triste o fallita perché ancora non ho figliato e potrei non farlo mai. Non sento la mancanza di nulla e, dovendo mantenere solamente me stessa, posso permettermi di fare una serie di scelte con maggiore libertà di altri. Preferisco quindi spendere i miei soldi in viaggi, in massaggi, cambiare lavoro quando mi gira e godermi la vita piuttosto che accanirmi a trovare un compagno. Chiamatemi scema.

Passiamo all’argomento amore. E’ vero, in questo momento ho poco da dare. Preferisco essere leggera, vedere un uomo perché mi fa piacere la sua compagnia, perché è bello, intelligente, divertente e perché scopa da dio, piuttosto che accollarmene uno con tutto il pacchetto di vacanze, amici, famiglie e musi lunghi vari. Non ho le forze per l’intensità, per votarmi esclusivamente a qualcuno. Sono stanca. Ho dato abbastanza con il narcisista covert e ora sono nauseata. Tant’è che anche lì mi sono data alla macchia, ho chiuso quello che lui lasciava aperto e mi sono sentita dire: tu non soffri. E invece ho passato giorni a piangere così tanto che mi è venuto mal di testa, altri in cui mi veniva da vomitare se lo sentivo, altri ancora in cui avevo perso qualsiasi gioia di vivere e mi sforzavo di uscire di casa solo per non sentirmi morta. Ho accettato il dolore e accettato che non c’era amore, che questa persona ha compiuto dei passi nella mia direzione in modo confuso ma che in fondo non era convinta e che, invece di ammetterlo, ha preferito vigliaccamente accusarmi di colpe che non mi competevano. Esaurito il dispiacere, ho perso proprio la fantasia di ributtarmi in un altro casino del genere. Per cui ora voglio solo divertimento, sesso, complimenti, cibo, vino, canne, bei panorami. E non faccio del male a nessuno, non illudo, non mi approfitto delle situazioni. Flirto un po’, tutto qua. A quelli che mi accusano di essere un mignottone, rispondo che mi sembra più sano il mio atteggiamento rispetto ai compulsivi dell’amore, che ogni persona che vedono è quella della loro vita. Non ci si innamora ogni cinque minuti e soprattutto bisogna conoscersi prima di tentare anche solo la strada. Sono convinta che prima o poi qualcuno mi rifolgorerà, ma non ho intenzione di sollecitarlo.

I gatti. Tempo fa avevo trovato chi me ne avrebbe dati due. Ho scelto i nomi, li sono andata a conoscere e ho detto che avrei fatto sapere al ritorno da Londra. Mi è salita un’ansia paurosa: non volevo svezzarli, portarli dal veterinario, cambiare la sabbietta, comprare le scatolette. Non volevo dovermi organizzare per lasciarli a qualcuno quando parto. Non volevo stravolgere casa togliendo di mezzo gli oggetti che avrebbero potuto danneggiare. Soprattutto, non volevo sentirmi fissa a Roma. Magari non mi muoverò per un bel po’, però non sopporto che sia qualcun altro a vincolarmi. Così ho rinunciato, ho detto che ho un lavoro a Londra e che devo viaggiare spesso (cosa vera). Sono stata tacciata di felinicidio e ora c’è chi mi ha tolto il saluto per questo. I gatti però non ce l’hanno con me perché ho dovuto evitare questi due ma Pampero, il gatto della vicina, mi ha adottata e spesso e volentieri mi bussa dalla finestra e viene in visita. Dorme, se è fortunato mangia, fa le fusa e a me va bene così. So che posso farlo uscire. La volta che si è fermato per la notte mi sono sentita anche un po’ oppressa, con tutto che lo adoro. Per cui decisamente va bene così, un gatto in comodato d’uso senza impegno. Più onesto per i felini, più onesto per me.

Finché questa barca va, la lascio andare. Ci saranno cicli diversi, più intensi, poi altri ugualmente tranquilli come questo. Io nel frattempo continuo a divertirmi, perché è nell’ordine naturale delle cose. Se voleste farlo anche voi, se siete BRM incazzati o lavoratori oppressi, assumetemi come coach: risultati garantiti.

E ora scusate ma vado a cenare con degli omaggi galantemente forniti da un uomo.

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